(via theage)

L’originale di Craven non lo vedo da un bel po’. Bisogna che lo recuperi e gli dia una ripassata. Ad ogni modo, avevo sentito parlare bene di questo remake. Qualcosa di buono m’è arrivato di riflesso perché non sono stato li ad informarmi nel dettaglio. Non che mi faccia più abbindolare dal marketing dell’unrated “fittizio” con cui ti vendono i dvd dei new new horrors aggiungendoci giusto un paio di scene gore in più, però questo remake s’è beccato un v.m 18 dalla commissione censura e un “direct to video” senza passare per il via delle sale. Insomma, qualcosa ci doveva pur essere in questo film, per giustificare siffatta trafila da dannati in celluloide. E invece è un’altra pagliacciata vuota e inodore.
Non siamo più negli anni ’70. Abbiamo già visto di tutto, la violenza non è più un discrimine in positivo per smuovere le coscienze. Ormai è soltanto elemento da monetizzare in ammiccamenti ai novelli sadici da web 2.0. In altre parole, dopo l’ondata dei nuovi sadic-horror o come diavolo li chiamano… i “gorno” (cioè gore+porno), sulla scia dei Saw e degli Hostel per intenderci, il nuovo cinema splatter di Hollywood non è più in alcun modo sovversivo come lo era con l’ondata new horror anni ’70. Ormai si tratta davvero di macelleria a buon mercato, perché è violenza svuotata di contenuto, senza neppure un minimo ancoraggio a qualche motivazione sociologica. Anche il ribaltamento che viene fatto qui, dove nella dicotomia rape&revenge si sposta tutto l’acceleratore sul secondo fattore è evidentemente parte del problema. Craven faceva paura perché il suo Krug, nelle sembianze di un David Hess irripetibile (ci provò altre volte, sempre nello stesso ruolo, a suo modo un mito…), era davvero uno psicopatico folle che usciva fuori dal ventre caldo della provincia americana borghese. Un simbolo dei migliaia di Charles Manson pronti ad esplodere li fuori, quando meno te lo aspetti.
Il Krug del 2009, nonostante sia interpretato da un Garret Dillahunt sufficientemente bravo (un attore abbastanza limitato, ma che ha sempre un “nonsochè” di sinistro nello sguardo… ) è il pronipote dei punk metallari che facevano paura ai nostri padri e alle nostre madri. Un reietto da Mcdonald. Un vuoto a perdere. Che poi Iliadis non si possa permettere tutta la furia sadica dell’originale si sapeva, solo che spostando tutto sulla vendetta dei genitori fa pendere il film su un versante reazionario che puzza lontano per miglia intere. La scenetta finale però tradisce le vere motivazioni del film. It’s only a “movie”. E’ davvero solo un film. Un film di merda.

La memoria storica dei primi anni del 900 è quasi istintivamente condotta sulle scale di grigi di un bianco e nero che impone distanza. Haneke elegge le vicende di un piccolo villaggio tedesco come parabola strategica per i futuri corsi storici. Le cartelle stampa non hanno dubbi: è metafora del nazismo, ma possiamo allargare fino a comprendere integralmente le linee di confine entro cui si muoverà l’etica sociale dell’Europa nel corso del secolo. Da qui, il taglio corale su una gruppo di vicende che fondano lo status di comunità del villaggio, ciascuna legata all’altra da un filo invisibile, ovvero da un nastro bianco di virginale ironia, in una algida e raggelata spy story, cui nonostante gli indizi, manca il colpevole. Forse perché, a loro modo, lo sono tutti. Riflessione per niente idilliaca sulle responsabilità generazionali e sulla violenza come regola arcaica e maligna di sopraffazione e come tradizione inestirpabile che dai padri si trasmette ai figli. Un Haneke eccellente nella messinscena: movimenti ridotti al minimo, camera fissa, flirt istintivo ma meditato con il fuori campo, fotografia straordinaria di Chistian Bergier. Un Haneke eccellente però anche nella tenuta del racconto, con i diversi piani legati l’uno all’altro dalla voce off del maestro e calati nella giusta mediazione tra sguardo indiscreto e immedesimazione. Allegoria mitteleuropea che quasi per forza richiama Dreyer e Bergman, ma anche Bresson, incorniciando le ormai classiche ossessioni autoriali di Haneke in una quadretto alla Villaggio dei Dannati che taglia il traguardo del nuovo classico d’accademia. Con un profilo del genere e un film così denso e magnetico, la cara Isabelle Huppert, dall’alto della sua condizione di presidente di giuria a Cannes, incorona il maestro con il sigillo definito. Palma d’oro 2009 quindi.
“The Chicago basement dwellers emerge from the damp lost in a reverb daydream somewhere along the Japanese countryside. Static window footage from a bullet train shot by filmmaker Donald Prokop is seamlessly set to a mantra of smoke and blown-up instruments. Distant cityscapes, smeared color fields, moving fluorescent, dripping light…” (Root Strata)
Director: Donald Prokop


